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Approfondimenti
I problemi alimentari e il rapporto distorto con il cibo: ”una prospettiva di psicoeducazione alimentare”

Il cibo per tutti noi ha molteplici significati, oltre a quello più intrinseco ,della necessità di nutrimento.
Il cibo offre piacere ai nostri sensi, il cibo è socialità, il cibo è anche bellezza ma a volte questo rapporto si incrina e non si mangia più per nutrirsi ma per colmare ansie, paure, sentimenti di inadeguatezza o sensazioni di vuoto che con il cibo vengono riempite.
Il neonato ha ben chiaro il proprio senso di fame e di sazietà. Questo infatti è un meccanismo innato e perfetto che purtroppo crescendo si viene a modificare venendo a volte messo a dura prova già in tenera età.
Quante volte dinanzi al pianto di un neonato la mamma cerca di calmarlo donandogli il latte? Ma siamo sempre sicuri che è proprio questa la sua necessità?
I neonati piangono per tanti motivi, il pianto è l’unico modo che hanno per comunicare con il mondo circostante, a volte hanno sonno, a volte hanno freddo, a volte hanno bisogno di essere rassicurati e a volte hanno anche fame. Sovente accade che proprio in questa fase così precoce si innesca l’insorgenza di un rapporto distorto con il cibo che può sfociare nell'assumerne troppo
o troppo poco.
Se si verifica la prima ipotesi si può favorire l’insorgenza di una distorsione cognitiva per cui quando l’individuo prova emozioni spiacevoli si ritrae e cerca conforto e rifugio nell'assumere quantità eccessive di cibo.
Al contrario se la mamma o chi si prende cura di lui non offre cibo quando il bambino ne ha realmente bisogno, il piccolo impara a sopportare lo stimolo della fame e sperimenta il potere del controllo sui propri bisogni.
Parecchi stili comportamentali si apprendono già nella tenera infanzia divenendo poi comportamenti automatici in età adulta e il rapporto con il cibo non fa eccezione.
È molto comune l’esperienza di cominciare una dieta, magari di riuscire anche a dimagrire e raggiungere il peso forma ma poi inevitabilmente dopo un certo periodo di tempo si riacquistano i chili perduti eludendo così tutte le fatiche e le rinunce a cui ci si è sottoposti.
Il corpo è il nostro biglietto da visita, è ciò che gli altri vedono, è la parte pubblica ma risente di tutto ciò che avviene nel mondo interiore, delle emozioni dei disagi e delle paure.
Solo ascoltando la propria interiorità e instaurando un cambiamento di tipo metacognitivo si può ricostruire un rapporto equilibrato con il cibo e con il proprio corpo.


La terapia

Un approccio che ha dimostrato la sua efficacia nel trattare le patologie alimentari è quello cognitivo-comportamentale in quanto grazie alla sua semplicità concettuale e al suo pragmatismo risulta di facile comprensione al largo pubblico.
La terapia cognitivo-comportamentale per questo tipo di problematiche si focalizza in primis nell’individuare il funzionamento dei meccanismi distorti che stanno alla base dell’interazione tra stati emotivi e modalità di assunzione di cibo e poi, con tecniche mirate, favorisce l’emergere
di costrutti più funzionali alla propria esistenza.
Tale prospettiva può essere applicata sia in un training formato da un piccolo gruppo omogeneo (quattro-sei partecipanti) che in un setting individuale.
La scelta di utilizzare l’uno o l’altro tipo di intervento viene dettata oltre che dalla preferenza del terapeuta, anche dalla volontà dei partecipanti di condividere, rispecchiarsi e confrontarsi con gli altri componenti del gruppo i quali proiettano a loro volta inevitabilmente i propri vissuti.
In entrambi i casi si tratta di un lavoro di psicorieducazione alimentare, in quanto, come già detto in precedenza, nel primo step vanno evidenziati i pensieri, le emozioni e i comportamenti disfunzionali che successivamente andranno sostituiti con pensieri, emozioni e comportamenti più adattativi al proprio benessere. 
 
 
 
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